La storia di Ventotene

Tra fiaba, leggenda e verità

di Amelia Pugliese

C'era una volta (e per fortuna c'è ancora) un luogo magico, incantato: un paradiso terrestre, dove la semplicità, la pace, il silenzio regnano sovrani.

No, non sto raccontandovi una fiaba, ma la storia di una piccola isola incontaminata, nella quale è facile ritrovare valori fondamentali quali l'amicizia, la famiglia, l'amore…..

Sono innamorata di questa piccola, piccolissima "terra distesa sul mare", il cui nome è VENTOTENE. Ad essa sono legata da ricordi dolcissimi, che hanno segnato la mia esistenza: qui ho conosciuto le persone a me più care, i miei migliori amici; in quest'isola ho saputo assaporare la vita semplice, lontano dalle tecnologie, dai rumori, dal tran tran quotidiano.

Amo questo "grande scoglio": i suoi cittadini, i suoi colori, la sua sabbia nera, i gabbiani, le onde, le chiacchiere tra amici in fondo al molo (con la chitarra sempre a portata di mano), il tramonto a Punta Eolo, con le Sconciglie a fare da sfondo. Amo le nottate trascorse sulle scale del Comune a fare giochi infantili, divertenti ai miei occhi.

Ho il cuore in gola ogni qualvolta intravedo da lontano la sagoma della mia adorata Ventotene. Avete notato la sorprendente somiglianza dell'isola ad una balena che nuota allegramente con il suo cucciolo (S. Stefano)? E' un'immagine stampata indelebilmente nella mia mente.

Cosa dire, poi, dei suoi fondali così variopinti, del calore della sua gente, dei singolari personaggi che vi abitano…..

Tutto è poesia, tutto è musica, tutto è magia.

E' davvero difficile far comprendere ad un turista giunto sull'isola per la prima volta cosa si provi quando si è a Ventotene: ogni problema passa in secondo piano, tutto assume sfumature avvolgenti, tutto si dipinge con toni scintillanti…..

Come non si potrebbe non amarla? Come non si potrebbe adorare le sue case dai colori sfavillanti, la sua chiesa, di rosa confetto "vestita", il suo castello dipinto d'ocra?

Che dire: è perfetta ai miei occhi.

E pensare che questo piccolo paradiso terrestre ha una sua lunga storia alle spalle.

Tutto incominciò all'incirca cinque milioni di anni fa.

Immaginate la scena: esplosioni improvvise e violente, fuoco liquido, nuvole incandescenti si abbattevano sul Golfo Pontino. La grande cavea delimitata dal semicerchio degli Albani, dei Lepidani, degli Ausoni, degli Aurunchi e dei Flegrei era sede della nascita dal fuoco di Ponza, di Ventotene e delle isole dell'Arcipelago Pontino, che pian piano emersero dal nulla.

Cosa provocò la loro origine? Una serie di vulcani attivi, desiderosi di dare alla luce dei "pargoli" così perfetti!

Due di questi diedero vita alla Rada di Ponza e a Cala d'Inferno; Palmarola, invece nacque da un cratere secondario (e contemporaneamente è la bocca occidentale del vulcano di Ponza); un altro cratere diede origine lo scoglio della Botte; mentre Ventotene e S. Stefano sarebbero, invece, le sommità di un altro cono eruttivo.

Questa diversa origine vulcanica ha fatto si che i due sottogruppi dell'Arcipelago (quello costituito da Ponza, Zannone, Palmarola, Gavi , la Botte e quello costituito da Ventotene e S. Stefano) presentassero una diversa natura rocciosa: mentre le rocce di Ponza sono di tipo acido, e sono costituiti da rioliti, lipariti, rocce laviche e frammentarie, quelle di Ventotene sono di tipo basico (andesiti e basalti).

Avete fatto mai caso al tufo che si intravede appena entrati nel porto di Ventotene? Si potrebbe pensare che esso sia un materiale durissimo, in realtà non lo è.

Esso, infatti, è soggetto facilmente all'azione erosiva degli agenti atmosferici al punto tale che le zone di Punta Eolo risultano piallate, incise, smerlettate dal vento e dalla pioggia mentre, dove batte il mare, l'erosione ha prodotto fori, escavazioni circolari, che l'acqua continua a scolpire lentamente nel corso degli anni.

Sicuramente molti di voi vorranno soddisfare la loro sete di notizie relative all'isola: cercherò, per quanto mi sia possibile, di fornirvi descrizioni accurate.

Ventotene ha una superficie di ha 124,73 , una lunghezza massima di km 2,700 ed una larghezza massima di m 850. L'altezza massima è a Punta dell'Arco che tocca m 139. Le sue coordinate sono: 40° 47' 10'' - 40° 48' 15'' lat. N e 0° 57' 25'' - 0° 59' long. E (meridiano di Roma).

A differenza di S. Stefano che si presenta di forma circolare, Ventotene presenta variazioni dell'andamento costiero di grande interesse geografico ed ambientale.

Nella zona nord orientale dell'isola fu collocato il primo nucleo urbano, perché meglio riparata rispetto ai venti dominanti. Questo primo agglomerato era servito da un acquedotto che trovava alimentazione da enormi cisterne, poste quasi a metà dell'isola, le quali erano dei veri e propri serbatoi dell'alimentazione urbana e dei servizi connessi (porto, peschiera, ecc.).In realtà i serbatoi erano due, i quali erano capaci di raccogliere le acque piovane e quelle di filtrazione. Pensate che la distribuzione dell'acqua avveniva mediante delle condutture in piombo, oppure mediante tubature in cotto. ……da lasciare a bocca aperta!!! Se vi è possibile andate a visitare la cisterna di "Villa Stefania", magari di notte: lo spettacolo è assicurato (oltretutto ne trarrete beneficio per la frescura che si avverte nella cisterna).

La zona meridionale dell'isola, invece, fu sfruttata per le coltivazioni: l'irrigazione era ottenuta con il naturale deflusso delle acque piovane e con l'ausilio di piccole cisterne ricavate nel banco roccioso. La linea di demarcazione tra l'area urbana e quella di produzione agricola era indicata da una fascia di terreno in cui erano ricavati i due serbatoi e la necropoli dell'isola: quest'ultima era collocata all'altezza di Cala Battaglia ove rimangono ora resti di tombe a camera ricavate nella roccia e decorate con stucchi dipinti.

Il clima è di tipo meridionale, prevalentemente secco. La ventilazione è sempre presente: a Ventotene domina il Grecale d'inverno e lo Scirocco d'estate e d'autunno.

Per fortuna il Maestrale d'estate porta un po' di refrigerio. Le tempeste sono rare, ma quando esplodono si fanno ricordare e la gente invoca la pioggia che " come dice la sapienza marinara, da buona sposa scende sul mare, l'abbraccia e ne smorza gli ardori", secondo le parole di Monsignor Dies.

Sapeste che emozione vedere il mare di Ventotene in burrasca.

Ogni anno alla fine di agosto si susseguono tre giornate di grande tempesta. E' quasi un rito andare al porto nuovo per vedere arrivare il traghetto: ci ritroviamo tutti vicino alla biglietteria, incappucciati, infreddoliti, ma tanto divertiti. Attendiamo con impazienza di intravedere la nave in lontananza. Appena la si avvista si corre sul molo: è uno spettacolo unico al mondo. Terminata la fase d'ormeggio finalmente vediamo scendere i primi passeggeri: il nostro scopo è quello di captare dai loro sguardi e dalle loro espressioni quanto sia stata grande la sofferenza. Ma poi ci facciamo coraggio e chiediamo ai primi sprovveduti: "sei stato male?", "il mare era agitato?" (come se non lo capissimo dai loro volti!!!)

Capite lo spirito goliardico che ci unisce? Ricordo con malinconia quando pochi anni fa, sempre alla fine di agosto, si alzò un vento fortissimo, da far preoccupare tutti i proprietari dei pescherecci. Noi ragazzi, desiderosi di fare pazzie, decidemmo di affrontare a petto duro il vento, sfidandolo sul molo. Il duello durò pochi minuti. Arrivati a metà percorso decidemmo di tornare indietro perché rischiavamo di volare tra le nuvole, come i "palloni" di S. Candida. Che bei ricordi.

Sapete qual è la cosa più sorprendente sull'isola? Non vedere circolare nemmeno un'automobile. Avete capito benissimo, non una macchina. Le strade, poi, sono un obbligo formale: infatti Ventotene si può percorrere in una sola giornata. Le vie sono brevi e strette, si arrampicano erte, girano le curve di livello del terreno. Non ci sarebbe davvero lo spazio per il transito di una vettura di grossa, ma anche di piccola cilindrata. Che pace, non c'è che dire.

A qualcuno di voi sarà venuto in mente che forse la denominazione "VENTOTENE" è da attribuire alla presenza del vento costante sull'isola. Potrebbe essere così.

Comunque sfogliando i libri in mio possesso (ahimè troppo pochi), ho scoperto che Ventotene ha avuto molte altre denominazioni, come del resto è accaduto alle altre isole dell'Arcipelago.

Sembra, comunque, che alcuni di questi nomi siano stati dovuti ad errori di amanuensi, altri, invece, siano stati causati dalla deformazione di un nome originario.

Eccovi un piccolo elenco, così potrete sbizzarrirvi: Ponza Fu detta anche Pontia, Pontiae, Palmaria, e con terminologia araba Bunsah. Ma il nome viene fatto risalire a più mitiche età: Eèa, L'Enotria dei Greci, Circide. Palmarola Fu chiamata Farmacusa, Palmaria, Palmayra, Palmerola, Palmaruola. Zannone Ebbe diversi nomi: Santa Maria, Sennon, Sennone, Sunnone, Sinonia, Sano, Sanom,Zennone. Gavi Fu chiamata in passato: S. Martino, Gaimo, Gabia. Ventotene E' ricchissima di denominazioni: Pandaria, Pandotira, Bentotiene, Vandotena, Bentetiein, Bitente, Pantatera,Pontateris,Pontopieri. Le denominazioni moderne sono: Ventatere,Vendutena,Ventotiene. S. Stefano Partenope, Palmosa, isola di dommo Stephano, Borca.

Sono 25 anni che vado a Ventotene d'estate: attendo impaziente tutto l'anno che le giornate, le settimane passino velocemente….ma è davvero difficile far trascorrere rapidamente 11 mesi. C'è stato un anno in cui mi sono sentita particolarmente vicina alla mia amata isola. Ero iscritta al mio primo anno di università e mi era stata data una possibilità unica al mondo: studiare il carcere di S. Stefano. Naturalmente ho colto la palla al balzo. Avrei unito l'utile al dilettevole. Magnifico. Man mano che andavo avanti nei miei approfondimenti mi appassionavo sempre di più alla lettura: trovavo ogni giorno notizie sorprendenti.

Ho scoperto, ad esempio, che quando Omero fece navigare Ulisse lungo la rotta tra l'Isola delle Sirene, Capo Circeo e Ponza, c'era già stata tanta gente che aveva visitato le Isole Pontine. Avevano iniziato gli antichissimi abitatori della pianura continentale, i quali avevano tracciato la "via ossidiana", che prendeva il nome proprio dal minerale che veniva estratto dalle isole e poi trasportato a bordo delle loro rudimentali imbarcazioni, fino al Circeo.

Comunque , secondo le fonti , sembra che l'Itacese non toccò l'Arcipelago Pontino, mentre molti altri popoli lo avrebbero fatto meta dei loro viaggi: i Fenici, gli Ausoni, e probabilmente anche i Greci. Purtroppo non c'è una precisa testimonianza della presenza di quest'ultimo popolo, ma indubbiamente la posizione di Ventotene lungo la direttrice delle rotte che da Ischia andavano da una parte alle coste laziali e toscane e dall'altra alla Sardegna, deve aver fatto sì che anche i coloni greci vi facessero sosta nei secoli VIII-VII.

Sembra che successivamente giunsero i Volsci ed immediatamente dopo i Romani, i quali furono i primi a rendersi conto dell'importanza di queste isole. I grandi conquistatori avevano capito che erano si piccole isole, ma avevano acqua, boschi, ed erano ricche di buona pietra vulcanica. Un vero paradiso terrestre, come lo è adesso, del resto.

Peccato che la vegetazione di un tempo, oggi sia piuttosto scarsa. Fin quando l'uomo ha saputo rispettare l'ambiente questa ricchezza boschiva ha continuato ad esistere ma, quando sono iniziate le prime immigrazioni, si è incominciato a lucrare la vendita del legname e a dare spazio all'agricoltura, radendo così al suolo la moltitudine di alberi. Per fortuna oggi sono ancora presenti le coltivazioni ortive, le leguminose (le lenticchie migliori che io abbia mai mangiato!), le pareti di fichi d'India, piccoli frammenti di vigneto.

Comunque grazie ai Romani Ventotene ha davvero avuto un ruolo predominante. Infatti a partire dal I sec. a.C. , quando divenne luogo di esilio di esponenti della famiglia imperiale, la "nostra" amata isola ebbe una funzione del tutto particolare, in quanto come proprietà dell'Imperatore venne destinata esclusivamente ad ospitare esiliati di rango imperiale che potevano essere considerati oggi agli "arresti domiciliari".

Voi non potreste mai immaginare i motivi per cui molte giovani donne furono esiliate in questa terra dimenticata da Dio. Siete curiosi di scoprire l'arcano mistero?

Sembra che nel 2 a. C. la figlia di Augusto, Giulia, fu relegata a Ventotene per violazione della lex Iulia sulla moralizzazione pubblica.

Sicuramente avrete capito di cosa sto parlando: a quanto pare già a quei tempi le giovani donne sapevano come divertirsi. Comunque la "cara" Giulia si diede un gran bel da fare anche quando fu in esilio. Secondo voi come avrebbe potuto sconfiggere la noia? Come avrebbe potuto trascorrere le sue lunghe giornate? Non riuscite ad immaginarlo? Fece in modo che il buon papà Augusto costruisse per lei una piscina, una villa, un teatro in modo tale da renderle la vita da esiliata più piacevole (come se lei non fosse in grado di trovare altro "svago"!).

Delle sontuose costruzioni che L'Imperatore fece erigere per la figlia è oggi facile scorgere alcuni resti : la splendida villa, diverse stanze, corridoi, cisterne, terme (vale a dire l'insieme di quasi tutti gli elementi che costituivano l'intelaiatura della maestosa villa).

La "dimora" di Giulia, fondata direttamente sul banco roccioso, aveva una dimensione di oltre 300 m di lunghezza e circa 100 m di larghezza.

Dal punto di vista architettonico la villa era divisa in 3 parti che rispecchiavano le differenziazioni della morfologia del terreno. Il primo settore, a Sud, comprendeva l'area circostante il cimitero, in cui probabilmente erano posizionate le cucine e le cisterne ed i servizi secondari.

Il secondo settore era caratterizzato da 2 aree aperte, costituite dall'area per il passeggio e maneggio e dall'ampia area giardinata.

Il terzo settore era la vera e propria residenza, affacciata sul mare, caratterizzata dalla presenza dei bagni e di alcune stanze.

Svetonio in un suo scritto affermò che durante il periodo di esilio ci fu un tentativo di far evadere Giulia e suo figlio Agrippa Postumus . Ma, purtroppo per lei, questo tentativo fallì miseramente. Chissà poi perché Giulia aveva così voglia di scappare da quel paradiso terrestre!

Comunque un dato è certo: a Ventotene furono esiliate molte donne appartenenti alla famiglia imperiale. Infatti si narra che l'Imperatore Tiberio, marito di Giulia, fece condannare all'esilio Agrippina Maggiore (a Ventotene) e suo figlio Nerone (a Ponza). Sembra che nell'arcipelago siano state relegate anche due sue sorelle: Agrippia e Livilla, accusate di condotta immorale. E' probabile che le due donne furono esiliate l'una a Ponza e l'altra a Ventotene. E per finire Ottavia, moglie ripudiata dall'Imperatore Nerone, che fu inviata sull'isola nel 62 d. C. per le insistenze di Poppea, sotto falsa accusa di adulterio.

Sappiate, comunque, che i Romani non sono giunti a Ventotene solo per costruire gli "svaghi" per le persone esiliate: hanno realizzato davvero opere meravigliose.

Il porto romano, ad esempio, è un'opera di grande ingegneria: infatti è il risultato di una escavazione artificiale (60.000 m³ asportati) del banco tufaceo che degradava a mare. Ne è venuto fuori un bacino profondo 3 m in media, protetto dalla roccia.

La sua imboccatura, rivolta ad est, consente tutt'oggi l'accesso anche in condizioni di tempo pessime.

Non contenti di aver costruito un così grande capolavoro, cercarono di sfruttare ogni altro angolo del bacino e così realizzarono, nelle sporgenze situate all'imbocco ed al centro del lato esterno del porto, delle cavità, dei canali e delle piccole vaschette per la raccolta del sale. Le avete mai notate? Sono ben visibili dal braccio del molo vecchio (quello romano, per intenderci). Non è finita la descrizione del porto: infatti quasi tutto il lato addossato alla terraferma era occupato dalla banchina, fiancheggiata da un vero e proprio portico (tutt'ora visibile) ricavato intagliando il banco roccioso. Vi consiglio di fare attenzione al particolare or ora descritto appena scesi dal traghetto (o dall'aliscafo): noterete subito questa opera meravigliosa, alle cui spalle si aprono numerosi vani quadrangolari, utilizzati in passato come magazzini e depositi, oggi come pescherie, o come locali per la scuola subacquea.

E' importante che voi sappiate che l'ingresso del nuovo porto e la serie di rampe di accesso al paese, non sono stati realizzati dai Romani: l'opera di sfondamento dell'estremità settentrionale fu attuata alla fine del '700, alterando, purtroppo, l'aspetto di bacino chiuso dell'impianto portuale romano, mentre furono i Borboni ad introdurre nuove trasformazioni di tipo urbanistico all'isola, come la suggestiva serie di rampe a zig-zag che permettono, tutt'oggi, di raggiungere la chiesa di S. Candida, facilmente visibile anche dal porto romano.

Se vi fosse possibile, vi suggerirei di andare anche a vedere, ai piedi dell'attuale faro, i resti della peschiera del tipo ex petra excisa, cioè scavata nella roccia. Al suo interno esistevano dei canali di collegamento tra le vasche, attraverso i quali si facevano convogliare i pesci da uno scomparto all'altro. Questi canali dovevano a volte servire ad attirare i pesci dal mare, mediante la miscelazione dell'acqua marina con l'acqua dolce. La genialità dell'idea consisteva nell'assicurare non solo che le acque non fossero mai stagnanti, ma di ricreare l'ambiente marino a loro congeniale, mediante piccoli scogli coperti da alghe o realizzando zone coperte e ombrose per proteggerli dal sole estivo.

In effetti, lo scopo principale dell'impianto ittico era quello di avere sempre a portata di mano pesce fresco, senza dover dipendere dalla fortuna della pesca e dalle condizioni del mare. Oggi la peschiera viene utilizzata come una sorta di piscina all'interno del mare. Ogni anno dalla spiaggia Cala Nave la raggiungo a piedi, passando dagli scogli, insieme ai miei amici: è una sorta di rito che facciamo molto volentieri, anche perché nella peschiera è possibile fare un bagno rilassante: l'acqua è più calda, più calma e pulita. L'unico inconveniente è incontrare qualche giovane temerario, dedito a esercitarsi "nell'arte del tuffo". Questi ragazzi si allenano per eseguire perfettamente i "tuffi a cufaniello". Sapete cosa sono? No? Allora dovete assolutamente informarvi, anzi sarebbe meglio vederli, ne varrebbe davvero la pena. Sappiate che viene svolta una vera e propria gara durante la festa di S. Candida (DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE). Il bello di questa ricorrenze è che capita immediatamente dopo le vacanze estive, precisamente il 20 settembre. La festa consiste in una settimana intera di bagordi. Si balla, si canta al suono delle orchestre e dei vari gruppi invitati per l'occasione, si gioca (il 19 ci sono le gare più strane: dal tiro alla fune, alla gara dei tuffi, a quella degli spaghetti…).

L'unico momento poco esaltante, per chi avesse dormito poco, è il 20 settembre, quando la banda dell'isola alle 6.00 del mattino va in giro per le strade suonando a perdifiato le più svariate sinfonie. Ci si rende conto che l'incantesimo si sta per spezzare quando si vedono in alto nel cielo (e riflessi nel mare)gli ultimi fuochi artificiali. Solo allora ti accorgi che l'estate è finita e che dovrai attendere altri 11 mesi per ricominciare a sognare.


[VentoteNet]