Vi proponiamo il racconto fattoci da Gianni nell'aderire alla nostra mailing list.
Le foto di cui parla nel Prologo le trovate nella sezione ricordi
Cari amici,
è stato con vero piacere che ho scoperto questa Mailing List e il sito
dedicato all' Isola (l'Isola con la "I" maiuscola
è una sola e non ha bisogno di altre definizioni).
Ho aderito già una ventina di giorni fa alla ML, ma non mi sono ancora
presentato sia perché non ne ho avuto il tempo, sia perché sono
dell'opinione che le cose si fanno bene o non le si fanno affatto.
Nel frattempo ho letto con interesse quanto scrivevate e così mi sono
sentito parte integrante del Vostro "sentire" che condivido
perché è anche il mio, anche se, molto presumibilmente, ho una
età superiore alla Vostra media.
Per chi ha voglia di leggere, sperando di non annoiare, allego qui di seguito
la storia sintetica della "Mia Ventotene".
Abbiate pazienza, ma quando ne avrò il tempo cercherò delle
vecchie foto che sicuramente ho conservato e le farò
circolare in rete.
Un abbraccio a tutti
Gianni
Mi chiamo Gianni ed ero di Lecco, ma gli ultimi due anni di liceo li avevo frequentati a Bergamo.
In questa città, avevo in particolare stretto un rapporto di amicizia con Daniele, figlio di napoletani trapiantati al nord.
Un giorno mi disse:
Daniele: che ne dici di organizzare un gruppo di amici e andarcene con le tende in vacanza a Ventotene?
Gianni: Ventotene??? Mai sentito nominare questo posto !! Che città è ?
Daniele: Macché città! È un'isola nel Golfo di Napoli. Hanno appena chiuso il carcere, io ci sono già stato un anno fa con i miei e ti assicuro che si tratta di un posto bellissimo e assolutamente incontaminato
Gianni: Io ho già girato in autostop Germania, Francia, Svizzera, ma più a sud di Pavia non sono mai stato. Se proprio devo scendere per l'Italia, quanto meno vado prima a Roma, figurati se vengo con te in questa "Ventotene", e poi l'Italia è piena di posti incontaminati e anche più facilmente raggiungibili.
Daniele insistette e alla fine accettai
Correva l'anno 1970………
Eravamo in 14, forti dei nostri vent'anni: 13 di Bergamo ed io di Lecco.
Avevamo zaini pesantissimi e stracolmi di materiale (sapevamo che a Ventotene non avremmo trovato quasi nulla), eccetto una ragazza che aveva una valigia e una elegante borsa: aveva detto ai genitori che andava in albergo……. (!!!)
Sabato 1 agosto 1970, ci spostammo da Bergamo a Milano e, in tardo pomeriggio, salimmo sul treno che ci avrebbe portato a Formia.
Non avevamo però calcolato che era la data in cui chiudevano le fabbriche del Nord e che tutti i treni sarebbero stati presi d'assalto.
Fu un viaggio drammatico.
Già cercando di salire sul treno, ad una corposa donna del Sud cadde un fiasco d'olio che rimbalzò sul predellino e si spezzò inzuppandomi un piede. Qualcuna delle ragazze trovò posto negli scompartimenti, in braccio a qualche sconosciuto "volontario". Due componenti della comitiva (con relativi bagagli + chitarra) trovarono posto nella toilette, i rimanenti nel corridoio antistante.
Il vero dramma iniziò dopo Bologna quando, per un improvviso attacco collettivo di dissenteria, una parte dei passeggeri reclamò a gran voce il diritto di accedere al bagno.
Sudati e accaldati ne uscivamo stringendoci ancora di più e sollecitando subito dopo la persona a finire al più presto la "bisogna", dopodiché, pur di stare un po' più larghi, rientravamo nel bagno sorbendoci la puzza.
Ricordo che un passeggero entrò nel bagno e non ne voleva più uscire, anzi, seduto sul cesso, si era impadronito della nostra chitarra e, per agevolare la funzione fisica, cantava a squarciagola "Insieme" di Mina.
Si sottrasse a mala pena ad un tentativo di linciaggio.
Un bambino chiese timidamente di fare pipì, ma fu sollevato e, di braccia in braccia, rispedito nello scompartimento. Ne uscì poi la madre, vigorosa e incazzata, che ci picchiò tutti (veramente!) a pugni, calci e gomitate, profferendo parole in un dialetto per noi incomprensibile.
Nessuno reagì.
Arrivammo a Formia distrutti, ma in tempo per il traghetto (c'era solo alla Domenica e al mercoledì).
Giungemmo a Ventotene, ove (i più anziani di Voi se lo ricorderanno) l'arrivo del traghetto era veramente ritenuto l'unico evento dell'Isola.
Ci trovammo quindi tutto il Paese davanti al molo: i Ventotenesi ci guardavano come se fossimo Marziani.
Eravamo tra i primi turisti dell'Isola …….
(o quanto meno i primi che venivano da "lontano")
La comitiva era composta di tre coppie di fidanzatini che convivevano nelle stesse tende, mentre le rimanenti 4 ragazze e 4 ragazzi (tra cui il sottoscritto) stavano in tende separate.
Ci accampammo nello spiazzo alla destra del Cimitero suscitando molta curiosità tra gli abitanti, probabilmente anche per la presenza delle ragazze, cosa alquanto anticonformista per l'epoca.
Ci muovevamo quasi sempre in gruppo e la gente usciva dalle case per guardarci passare, richiamati anche dal suono di una campana da mucca che portavamo sempre con noi alla guisa di moderni monatti
I Ventotenesi non sapevano come rompere il ghiaccio per conoscerci e con inventiva tutta partenopea trovarono un sistema alquanto originale e dagli effetti positivi.
Una sera, mentre risalivamo i gradini da Cala Rossano al Cimitero, fu lanciata in mezzo al nostro gruppo una corona di fiori, probabilmente sottratta al Camposanto dopo un recente funerale.
I Ventotenesi dopo un po' uscirono dai cespugli dove si erano nascosti e ci chiesero se avessimo visto passare un morto che, asserivano, si erano persi: fu una scena simpaticissima.
Da parte mia fui poi "abbordato" da un ragazzo sulle rampe: dapprima mi cadde "fortuitamente" addosso partendo da 5 metri di distanza, poi mi domandò scusa, dopodiché iniziò a chiedermi il nome e subito dopo mi fece duemilatrecentoventitre domande di ogni genere, sempre comunque in modo formale ed educato.
Lui parlava il dialetto locale, mentre io avevo un marcato accento lariano misto a bergamasco. Tra le tante incomprensioni linguistiche, c'è da notare che io non sapevo che, al Centro-Sud, alle persone si usava dare del Voi e non del Lei. Pertanto credevo mi facesse sempre domande rivolte al Gruppo e non a me stesso.
Potete facilmente comprendere gli effetti esilaranti dovuti alle difficoltà di comunicazione !……
(D'altra parte erano circa 10 anni che la televisione aveva iniziato, coscientemente o no, ad unificare ed omogeneizzare la lingua italiana. L'apparecchio televisivo non era ancora generalmente diffuso e a Ventotene non esistevano del tutto)
La giornata "tipo"
Ci alzavamo molto presto la mattina: eravamo costretti a dormire poco, sia perché si faceva tardi alla sera, sia perché alle 7,30 l'aria di agosto in tenda era irrespirabile.
Qualcuno di noi andava a prendere cornetti e bombe al forno (ma noi li chiamavamo brioches e krapfen), mentre altri preparavano il caffelatte sui fornelli da campo.
La nostra meta preferita era Cala Rossano che, pur essendo di agosto, era assolutamente deserta. Ci attestavamo dove, anni dopo, fu messo il distributore AGIP. In quel punto il tufo (crollato successivamente) arrivava a terrazzo fino al pelo dell'acqua. Il posto era incredibilmente bello (ovviamente non c'era l'attuale porto) e lo chiamavamo "La Piscina".
Qualche volta andavamo a Parata Grande, ma anche allora c'era già qualche traccia di catrame.
Tutta l'Isola era deserta, eccettuato Cala Nave dove si apprezzava un po' di movimento.
Facevamo passeggiate per l'Isola e ci pareva di essere in un mondo assolutamente distante dalla nostra realtà di vita quotidiana vissuta al Nord.
Non era un posto dimenticato da Dio, ma un luogo ove la sua presenza si toccava con mano !
Verso mezzogiorno qualcuno faceva un po' di spesa, mentre, a turno, uno dei ragazzi doveva caricare in uno zaino la tanica da 20 litri e riempirla di acqua alla fontanella (allora perfettamente funzionante) ai piedi delle rampe. Poi era suo compito trasportarla fino al piazzale del Cimitero. Vi assicuro che con il solleone era una cosa faticosissima: tanto è vero che chi provvedeva al trasporto aveva diritto ad un giorno di riposo in cui sospendeva ogni altra mansione tipica della vita di campeggio.
Pranzavamo alle tende oppure a Cala Rossano, accompagnando i cibi con le uova dei ricci, che erano abbondantissimi.
La Farmacia era quasi la stessa di adesso, ma fuori di essa faceva bella mostra un foglio di carta con scritto a matita l'orario: " aperto dalle 11 alle 13 di ogni mercoledì, salvo imprevisti " !!!
Il mercoledì e la domenica, come tutti gli abitanti dell'Isola ci recavamo al Porto per vedere arrivare il traghetto e le persone che scendevano e partivano.
Alla sera, dopo cena, scendevamo dapprima alla piazza del Comune, vivace allora come oggi, dove l'attrattiva più divertente e singolare era lo scherzo ripetutamente messo in atto sia dai Ventotenesi, sia da noi: "Le acque"
Si trattava di salire sui terrazzi delle case della piazza con secchi di acqua e, ad un segnale convenuto (una persona urlava "acque !!!"), innaffiare improvvisamente e contemporaneamente la gente sottostante.
Poi si scendeva al porto con le chitarre, dove arrivavano gli "indigeni" e lo sparuto gruppo di turisti, praticamente tutti napoletani (ricordo però anche un gruppo di 4/5 ragazzi di Genova che parevano pesci fuor d'acqua).
Si iniziava sempre cantando:
";noter de berghem, de berghem de hura
alla forchetta ghe disum pirun
e che l'è la mia cacche
e che cumandi mecche
e che chi va chi 'ecche
su mi el parun"
ecc. con altre strofe
dopodiché si procedeva con le canzoni allora in voga (Beatles, Battisti, Mina, Joe Cocker, Led Zeppelin, Iron Butterfly, ecc.) con la partecipazione di tutti.
Si finiva cantando canzoni goliardiche sulle osterie e similari (qualcuna in dialetto napoletano, con termini che ripetevamo senza capirne il significato) e a conclusione immancabilmente "Alla stasiun de Berghem ghe quater sit che caga".
Daniele era particolarmente bravo con chitarrra e cori in falsetto: lo incontrerò anni dopo (prima che si laureasse in medicina) in un paese in provincia di Como, in un teatro, a capo di un gruppo di coristi/e che come stile si ispirava al coro di "With a little help from my friends" di J. Cocker.
Dal porto tornavamo al Cimitero passando per un sentiero che ora non esiste più. Si trovava alla destra di quel tugurio che poi divenne il Ristorante Aragosta. Saliva un po' impervio e usciva all'inizio della discesa per Cala Rossano
L'incredibile vista che godevo ogni mattina al risveglio, il cielo terso che di notte ti consentiva di vedere perfettamente tutte le costellazioni, le acque e i fondali cristallini, le stelle marine color rosso-ciclamino di cui era abbondante Parata Grande, l'atmosfera di pace e serenità, la gente cordiale, la solidarietà……..
………quante cose hanno reso quella vacanza un evento indimenticabile nella mia vita.
Me ne andai con la voglia bruciante di tornare.
E quando a Lecco qualcuno dei miei amici parlava di vacanze, io ero la persona insopportabile che parlava solo di Ventotene……
Nell'agosto del 1974 con mio cugino Luciano, attrezzati con Fiat 500 L, tornai a Ventotene, ma fu una delusione.
L'isola era stata scoperta in modo estremamente generalizzato da ragazzi di 20/30 anni (la mia stessa età di allora) e dai sub che praticavano pesca: c'erano migliaia di persone e le strutture ricettive erano praticamente inesistenti.
Ventotene era letteralmente tappezzata di tende, che ricoprivano tutti gli spazi disponibili, anche le terrazze di tufo tra Punta Eolo e il Porto, a partire da Villa Giulia .
Ogni angolo di costa era occupato, il Piazzale del Cimitero era una Kasba, al Ponte di Terra c'era così tanta gente che si erano creati gravi problemi sanitari con cloache a cielo aperto.
Ovunque ti imbattevi con nudisti, sub, vacanzieri di ogni aspetto e derivazione. Le bandiere rosse sventolavano da ogni parte (era l'epoca post '68). Alla sera sotto le tende si discuteva di politica con animate discussioni tra chi era di destra o di sinistra, mentre i centristi erano praticamente inesistenti.
Trovammo a mala pena il posto per la nostra tenda a fianco della scalinata del Cimitero, ove si udiva per tutta la notte il rumore del generatore di corrente, che non era stato ancora isolato acusticamente.
Incontrai anche Daniele che aveva posto la sua grande tenda con tutta l'attrezzatura per la pesca subacquea sotto la Pensione Isolabella, a fianco di altre decine di campeggiatori.
Ripartii senza più voglia di tornarci……..
E non sarei più tornato se non fosse stato per i casi imponderabili e imprevisti che caratterizzano la vita di tutti noi.
Nel 1971 mi ero trasferito da Lecco a Milano, poi nel 1979 per lavoro a Roma. Avrei dovuto tornare a Milano nel 1982, ma mi ero frattanto innamorato di Rita, una "Etrusca" che sarebbe poi divenuta mia moglie nel 1985, e così rimasi a Roma.
Nel 1987 avendo qualche giorno di vacanza a disposizione in giugno, decidemmo di andare a Ventotene, anche se poco convinto.
In fondo si trattava di una meta che mia moglie ancora non conosceva e, soprattutto abbastanza vicina a Roma.
Rinacque l'amore, o meglio la malattia per Ventotene.
Il bello è che questa inguaribile passione non ha toccato solo me, ma, fortunatamente, anche Rita.
Dapprima all'albergo Cala Battaglia, poi a alla Pensione Isolabella, e ora, da anni al Mezzatorre.
Non possiamo più fare a meno di andarci ogni anno a giugno.
Ho rivisto dopo tanti anni il mio amico Daniele, ora sposato e padre di famiglia e noto medico anestesista dell'Ospedale di Bergamo.
Sono stato fermato qualche anno fa da un Ventotenese che mi ha riconosciuto (io ancora oggi mi domando chi fosse e quale frequentazione avessi avuto con lui nel 1970) e mi ha detto:
"dobbiamo ringraziare ancora oggi voi, primi turisti "del Cimitero" che venivate da Bergamo: da allora c'è stata una sorta di passa parola tale che una importante fetta di turismo arriva tuttora da quella zona"
Ho fatto nuove amicizie e apprezzato nuovamente l'atmosfera dell'Isola, anche se diversa da quella di trent'anni fa.
Una settimana di Ventotene, dove conduco una vita ritirata dedicandomi anche alla pesca da riva e in barca con il palamito (divertentissimo), mi rigenera come se passassi tre mesi di vacanza.
Ho portato amici e parenti: qualcuno si è preso a sua volta il virus ventoteniensis.
Fortunatamente non tutti contraggono la malattia, altrimenti Ventotene diventerebbe invivibile come nel 1974.
Nel giugno del 1996, con mia moglie Rita, portai a Ventotene mio fratello Beppe che vive a Monza e che ha 7 anni più di me, insieme a sua moglie Enrica e i loro figli Silvia e Lorenzo.
Ci raggiunsero a Roma e ci seguirono a Ventotene spinti dal nostro entusiasmo. Forse erano un po' scettici, ma, dopo avere goduto dei "plus" dell'Isola (natura incontaminata, cucina eccezionale, assenza di rumori per via della proibizione di circolazione, sveglia con sciacquio di onde e strepitio di gabbiani, ambiente e qualità della vita incomparabili, profonda umanità e invidiabile filosofia di vita degli abitanti, acque incredibili, clima fantastico, ecc., ecc.) si sono beccati anche loro il virus ventoteniensis, per il quale, come noto, non è stato ancora scoperto il vaccino.
Silvia, che allora aveva 16 anni, pensava di doversi annoiare in questo posto dove innanzi tutto non conosceva nessuno e, per giunta, doveva sorbirsi tutto il giorno la presenza dei propri genitori. Ma Silvia, bella e appariscente con il suo metro e ottanta di altezza, non poteva passare inosservata e già dalla prima sera aveva avuto il primo invito per uscire in comitiva.
Alloggiavamo all'albergo Mezzatorre che è ubicato nella Piazza del Comune e i cui proprietari (la famiglia Ventotenese dei Pennacchio) gestiscono anche il Ristorante Aragosta. Chi si era fatto avanti con Silvia era Fabrizio, che lavorava per l'albergo stesso e che gestiva anche i lettini di un settore della sottostante spiaggia di Cala Nave. Fabrizio dapprima si presentò facendomi mille complimenti e dichiarandosi come il più bravo ragazzo e grande lavoratore cui Ventotene e tutto il Centro Sud d'Italia avesse mai dato i natali. Successivamente, e in modo mellifluo e marpionesco, mi chiese il permesso di uscire con Silvia.
Avevo capito che mi aveva preso per il padre, anche se ritenevo non dimostrare l'età e l'atteggiamento per esserlo di una ragazza già così grande, ma mi divertì la situazione e, con sorriso sardonico, glielo lasciai credere. Gli diedi quindi il permesso senza tanti fronzoli, giocando (e gustando) il ruolo del padre moderno e permissivo venuto dal Nord, profferendo anche frasi in dialetto stretto al fine di disorientarlo. Poi riferii il tutto a mio fratello Beppe, che, da padre effettivo e non ancora pienamente consapevole che la propria figlia era ormai divenuta una donna, sbarrò gli occhi e cercò di buttarmi giù dal muretto che si trova all'inizio della scalinata per scendere a Cala Nave.
Però ormai il dado era stato tratto.
Quella sera dopo cena, mentre eravamo ancora a tavola al ristorante, Silvia ci salutò e se ne andò con i nuovi amici. Da parte nostra, dopo avere fatto fare a mio fratello/moglie/figlio una prima passeggiata ricognitiva dell'Isola, ci recammo verso le 23 nella Piazza del Comune.
Cominciammo a bere qualcosa al bar, poi un gelato nell'altro, infine ci sedemmo su una panchina e, pur parlando del più e del meno e delle prime impressioni su Ventotene, notai che mio fratello aveva lo sguardo sempre perso nel vuoto.
Nella piazza, come avviene da sempre, a quell'ora "garrivano" i bambini con biciclette, palloni, ecc. Ad un certo punto Beppe sbottò con una frase che esprimeva il suo preoccupato stato d'animo: " Ma Silvia non avrebbe potuto restare per sempre piccola come tutti questi bambini ? Come sarebbe stato bello ! L'avrei sempre avuta qui, sotto la mia protezione e il mio amorevole sguardo ! "
Mia cognata Enrica lo guardò con compassione, prese per mano il figlio Lorenzo e, pragmaticamente, disse: " Be' ciao, io vado a letto, tu sta pure qui ad arrovellarti il cervello. Ci vediamo domattina" e, accompagnata anche da mia moglie se ne andò in albergo.
Il tempo passava e Silvia non si vedeva. Mio fratello stava già pensando al peggio e a tutti i tipi di vendetta che poteva attuare (probabilmente anche nei miei confronti, ma non lo diceva apertamente). Era assolutamente inutile spiegargli che mai erano successi fatti da cronaca nera a Ventotene e che su un'isola così microscopica e con pochissimi abitanti e turisti (eravamo a metà giugno) non poteva succedere nulla, anche perché un eventuale malintenzionato non avrebbe avuto modo di scappare.
All'una di notte la piazza era ormai deserta, ma un personaggio (Beppe) si aggirava nervosamente avanti e indietro come se avesse avuto una moglie partoriente, mentre un altro (Gianni, il sottoscritto) se ne stava buono buono e con sguardo serafico seduto su una panchina.
All'una e trenta passò Armando Pennacchio che si recò al portone del Mezzatorre, ne accostò i battenti e li chiuse. Ma, con saggia azione tipicamente ventotenese, che la dice lunga sull'unicità dei costumi degli abitanti, inserì e lasciò la chiave nella serratura. Infatti Ventotene non è una pericolosa cittadina o metropoli: si chiudono le porte, ma poi si inserisce la chiave dall'esterno e la si lascia lì in bella mostra, …altrimenti uno come fa ad entrare ? …. Cose che succedono solo qui !!!
Alle 2 decidemmo che era inutile continuare ad aspettare e andammo anche noi in albergo a dormire.
Mio fratello però, con tutta l'angoscia che aveva addosso, pensò bene di passare prima nella stanza dei figli per dare un bacio a Lorenzo che (stava già pensando) poteva essere l'ultimo figlio rimastogli, e così si accorse che…… … Silvia, stanca per il lungo viaggio, alle 22,30 aveva salutato gli amici ed era già andata a letto …
I frizzi e lazzi a carico di mio fratello per questo episodio continuano tuttora, a distanza di anni …
Cari amici di Ventotenet,
è superfluo che io Vi dica perché io e mia moglie amiamo quest'isoletta.
La cosa non si spiega a parole, ma si comprende solo col cuore, ognuno di noi con i propri ricordi, le proprie esperienze, le proprie sfaccettature, le proprie speranze, le proprie necessità ed esigenze, ma con una base assolutamente comune che si sintetizza in un'unica parola che solo noi possiamo capire a fondo: